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Nel 2016 il premio Nobel per la Medicina fu assegnato a Yoshinori Ohsumi per la scoperta dei meccanismi dell’autofagia. Da allora, un processo che i biologi conoscevano da decenni è diventato il centro di una delle conversazioni più affascinanti della medicina moderna — e una delle chiavi più promettenti per comprendere come davvero bruciamo grasso.

Che cos’è l’autofagia?

Il termine viene dal greco: autós (sé stesso) e phagein (mangiare). L’autofagia è, letteralmente, il processo con cui le cellule divorano parti di se stesse. È uno dei meccanismi più eleganti e salvavita che l’evoluzione abbia prodotto.

In termini pratici: quando una cellula è sotto stress — per carenza di nutrienti, ossigeno ridotto, danni interni — attiva un sistema di riciclaggio interno. Avvolge componenti danneggiati, proteine mal ripiegate, organelli obsoleti in strutture chiamate autofagosomi, li fonde con i lisosomi e li degrada in mattoni riutilizzabili: aminoacidi, lipidi, energia.

È come se la cellula, trovandosi a corto di risorse, facesse un’ispezione approfondita del magazzino, buttasse via il materiale difettoso e lo trasformasse in carburante pulito.

«L’autofagia non è solo distruzione — è rigenerazione. Il corpo impara a usare i propri rifiuti come risorsa, e in questo processo si purifica.»

Il legame con il dimagrimento

Qui la biologia diventa interessante per il controllo del peso. L’autofagia e il metabolismo del grasso sono strettamente collegati.

1. La lipofagia: quando mangiamo il nostro grasso

Un tipo specifico di autofagia, chiamata lipofagia, riguarda direttamente il grasso. Le cellule epatiche e adipose possono usare gli autofagosomi per ingerire e degradare le goccioline lipidiche intracellulari, liberando acidi grassi che entrano nel ciclo di produzione energetica. In condizioni di digiuno prolungato o deficit calorico, questo processo si intensifica.

2. Autofagia e sensibilità insulinica

L’autofagia contribuisce al mantenimento della sensibilità all’insulina eliminando organelli disfunzionali nei tessuti metabolicamente attivi. Una ridotta capacità autofagica è associata all’accumulo di mitocondri danneggiati nel tessuto adiposo e muscolare — una delle firme biologiche dell’obesità e del diabete di tipo 2.

3. Effetto sull’appetito e sul metabolismo basale

Studi su modelli animali mostrano che un’autofagia efficiente nel sistema nervoso ipotalamico regola meglio il senso di sazietà. Nei neuroni AgRP/NPY — i neuroni “dell’appetito” — l’autofagia deficitaria porta a una risposta anomala al digiuno e a un metabolismo basale più lento.

Cosa attiva l’autofagia

Digiuno prolungato (generalmente oltre 16–24 ore dal pasto) Restrizione calorica significativa Esercizio fisico intenso, in particolare aerobico Dieta chetogenica e bassi livelli di glucosio ematico Stress termico (sauna, esposizione al freddo) Alcuni composti vegetali: resveratrolo, spermidina, curcumina Bassa attività di mTOR e alta attività di AMPK

Il ruolo del digiuno intermittente

Il digiuno intermittente è diventato uno degli strumenti più discussi per indurre autofagia. La logica è semplice: l’autofagia è soppressa quando i livelli di nutrienti — in particolare aminoacidi e glucosio — sono alti. È attivata quando calano.

La via molecolare chiave è quella di mTOR (mechanistic Target of Rapamycin): quando mTOR è attivo (stato nutrito), inibisce l’autofagia. Quando è inattivo (stato di digiuno), l’autofagia si avvia. Parallelamente, AMPK — il sensore cellulare dell’energia — attiva l’autofagia quando l’ATP scarseggia.

Autofagia ≠ perdita di peso automatica

Qui è fondamentale essere precisi, perché la comunicazione popolare spesso sopravvaluta il legame causale diretto. L’autofagia non brucia grasso corporeo in modo diretto e massiccio come farebbe una sessione di esercizio fisico o una restrizione calorica sostenuta.

La lipofagia è un processo che avviene principalmente a livello cellulare e intracellulare — lavora sui depositi lipidici interni alle cellule, non sul tessuto adiposo sottocutaneo nel senso in cui lo intende chi vuole perdere peso.

Il contributo dell’autofagia al dimagrimento è più sottile e sistemico:

Migliora la qualità metabolica. Eliminando mitocondri disfunzionali e proteine aggregate, rende le cellule più efficienti nell’usare il carburante. Un muscolo con mitocondri sani brucia più grasso a riposo.

Riduce l’infiammazione cronica. L’accumulo di detriti cellulari genera infiammazione che interferisce con la sensibilità insulinica e favorisce l’accumulo adiposo. L’autofagia interrompe questo circolo.

Supporta la composizione corporea. Il riciclaggio proteico dell’autofagia, paradossalmente, può preservare la massa muscolare in condizioni di deficit calorico, favorendo una perdita di peso più “pulita” — meno muscolo, più grasso.Non è che l’autofagia fa dimagrire. È che crea le condizioni biologiche in cui il corpo è più capace, più efficiente e più predisposto a usare il grasso come carburante.

Come favorire l’autofagia in modo pratico

Digiuno intermittente strutturato

I protocolli 16:8 (16 ore di digiuno, 8 di alimentazione) o 5:2 (5 giorni normali, 2 con forte restrizione calorica) sono i più studiati e accessibili. Non serve spingersi a digiuni estremi: anche una finestra di 14–16 ore produce un’attivazione significativa nei soggetti non adattati.

Esercizio fisico a stomaco vuoto

L’esercizio fisico, specialmente aerobico e ad alta intensità, attiva AMPK e induce autofagia in modo indipendente dal digiuno. Combinato con un periodo di digiuno già in corso, può amplificare l’effetto. L’allenamento a stomaco vuoto — se tollerato — sfrutta questa sinergia.

Limitare le proteine nelle finestre di digiuno

Anche piccole quantità di aminoacidi (specialmente leucina) possono riattivare mTOR e sopprimere l’autofagia. Durante le ore di digiuno è preferibile evitare qualsiasi apporto proteico — compreso il caffè bulletproof o il brodo di ossa, spesso erroneamente considerati “neutri”.

Qualità del sonno

Il cervello intensifica l’autofagia durante il sonno profondo, in parte tramite il sistema glinfatico. Dormire 7–9 ore di qualità non è solo una buona abitudine: è una delle finestre di riciclaggio cellulare più preziose della giornata.

Spermidina e polifenoli

La spermidina — presente in grano germogliato, formaggio stagionato, soia, funghi — è uno degli induttori naturali di autofagia più studiati. Il resveratrolo (uva, vino rosso) e la curcumina agiscono sulla via SIRT1/AMPK con effetti simili, anche se le dosi efficaci da soli alimenti sono spesso sub-ottimali.

L’autofagia non sostituisce una dieta equilibrata o un piano medico per la perdita di peso. I digiuni prolungati possono essere controindicati in presenza di diabete, disturbi alimentari, gravidanza, allattamento o patologie croniche. Consultare sempre uno specialista del settore prima di intraprendere protocolli di digiuno strutturati.

Conclusione

L’autofagia non è una soluzione magica per perdere peso. È qualcosa di più interessante: è un principio biologico fondamentale che, se rispettato, rende il corpo più capace di autoregolarsi, di mantenersi in salute e di gestire il grasso in modo più efficiente.

Comprendere l’autofagia significa smettere di pensare al dimagrimento solo in termini di calorie in entrata e uscita, e iniziare a vedere il corpo come un sistema biologico intelligente che, nelle giuste condizioni, sa come prendersi cura di se stesso.

Il digiuno, il movimento, il sonno, la qualità del cibo: non sono solo strategie per “bruciare calorie”. Sono i segnali con cui diciamo alle nostre cellule: è il momento di fare pulizia, di rinnovarsi, di diventare migliori.E in quel processo di rinnovo, il corpo ritrovato è spesso più leggero.

Anna De Mariani

Lo Studio di terapie complementari della dott.ssa Anna De Mariani biologa indirizzo biomedico specialista in Biochimica Clinica, ha lo scopo di accompagnare la Persona ad uno stato di salute globale basato sia sull’aspetto fisico-metabolico che psichico attraverso le più svariate conoscenze che vanno dalla biochimica alla nutrizione ortomolecolare, dalla biologia clinica alla medicina naturale alla nutrigenetica ed epigenetica con l’obiettivo di raggiungere uno stato di salute ottimale.